Quella cieca arroganza.

Ci vuole un genere speciale di cieca arroganza per andare avanti.

James Altucher

 

Ci vuole davvero una cieca arroganza per continuare a fare qualcosa quando non sei ancora bravo a farla. Oppure un’infantile passione. Altri parlano di umiltà.

 

Avete mai visto qualcuno prendere le sue prime lezioni di tennis? Da contratto, per consuetudine o per sacrosanto diritto divino dell’apprendista, queste lezioni dovrebbero tenersi in un bunker, o almeno in campi tassativamente coperti. Meglio se chiusi a chiave, perché alla fine dell’ora spesso e volentieri i giocatori successivi entrano in campo. Così, per darti il buongiorno e farti smammare, che tocca a loro. E ti osservano. Se sei veramente bravo, alzano appena il sopracciglio. Se sei bravino, ma loro pari livello, sei trasparente. Mica ti fanno i complimenti. Il problema è quando sei scarso. Ma veramente scarso. Arriva il sorrisetto impietosito. Per sopportare quello ci vuole il carattere. Ci vuole la cieca arroganza di andare avanti.

Se ti piace il tennis, se ti piace qualunque nuova cosa tu abbia iniziato, vai avanti. Anche se lasci scappare un sorrisetto a chi ti vede. Anche se le prime volte che vai al circolo sei un allegro pesce fuor d’acqua, che non sa come ci si comporta, come ci si veste, che attrezzatura si porta oltre alla racchetta (perché che a zappare non si va senza la zappa lo sai pure tu). Tu ti comporti male, ti vesti inadeguatamente, la tua attrezzatura è fuori luogo. Te ne accorgi quasi subito, cerchi di metterti al passo. Capisci che essendo il tennis il gioco del fair play per antonomasia, non puoi esultare se la palla prende il net e fai punto: devi chiedere scusa. Quando ti giri puoi anche ridere sotto i baffi, ma almeno un elegante e colpevole gesto di scuse con la mano lo devi fare. Capisci che non puoi andare a giocare con il tutone di felpa che ti fa sudare anche da ferma come se fossi in Tisanoreica: devi indossare un gonnellino svolazzante, come se fossi a Wimbledon. Wimbledon si, Tisanoreica no. E capisci che non puoi presentarti al circolo con il borsone della piscina, perché non sei in piscina: devi prendere il borsone da tennis, quello che ha spazi isotermici per contenere fino a 12 racchette anche se a stento ne hai una (quando capisci che devi avere minimo 2 racchette gemelle, sempre incordate, meglio ancora se sono 3, sei già avantissimo nel tuo percorso).

E non parliamo di come giochi: palle fuori dal campo come se mirassi ai piccioni viaggiatori. Rovesci infossati a rete. Peccato che non giochi a calcio. Il servizio, quando riesci a prendere la pallina senza dartela in testa, viaggia a una velocità talmente bassa che neanche un moscerino vola più piano.

In 2 parole, quando ti addentri in un mondo nuovo sei ridicola. Ma coraggiosa. Hai coraggio da vendere, perché ci resti in quel mondo, e vai avanti a testa bassa. Chiamala passione, chiamala arroganza, chiamala umiltà. Forse è un mix di queste 3 fantastiche cose. Ma tra tutte, quella che mi piace di più è la cieca arroganza, quella che ti fa fare un salto temporale e ti fa vedere le cose non come sono oggi, ma come saranno poi. E che ti fa credere davvero che tu ci potrai arrivare.

Quando finalmente giocherai bene, ringrazierai la ragazza col borsone da piscina, che è stata così ciecamente arrogante, dolcemente appassionata e tenacemente umile da continuare anche se era scarsa. Perché ci ha creduto ed è andata avanti.

 

 

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